Ljdia Musso (1985) è una esperta in comunicazione e marketing, fotografa e curatrice che opera tra Napoli e la Calabria. La sua pratica artistica e professionale nasce da un approccio ibrido e multidisciplinare, maturato tra la formazione in Fashion Marketing & Communication presso l’Università Bocconi e gli studi in Scienze della Comunicazione (Roma Tre). Specializzata in sociologia visuale e comunicazione per i beni di lusso, utilizza la fotografia per raccontare sistemi socio‐culturali ed economie marginali. È stata selezionata per Photo España, sezione Descubrimiento 2020. Vincitrice della Medaglia d’Oro ai Tokyo International Foto Awards (TIFA) 2025 nella categoria Editorial/Environmental, le sue opere fanno parte di collezioni permanenti come la Fondazione OELLE Mediterraneo Antico e l’Archivio Carlo Palli. Fondatrice di “Caffè Fotografici”, scrive per riviste di area saggistica e antropologica come ReWriters.it e Dialoghi Mediterranei. La sua attività spazia dalla fotografia di scena alla docenza e alla curatela di festival internazionali, unendo marketing strategico e antropologia visiva per creare nuove storie sulla sostenibilità e l’identità mediterranea.
Sulle tracce degli ultimi carbonai L’economia del fuoco
L’hai mai sentito il profumo del bosco che brucia lentamente, non per distruggere ma per creare? In un’epoca che ha eletto il burnout — il fuoco rapido e autodistruttivo — a condizione esistenziale, ha ancora senso parlare di pazienza?
L’economia contemporanea viene spesso presentata come un dogma privo di alternative. Ci dicono che la crescita è un fine in sé, inventando fallacie come la “crescita green” per giustificare la pressione sulle risorse. Ma la realtà ci racconta un’altra storia. Lo specchio fedele di questa modernità predatoria è il fuoco che ha ferito il Vesuvio nell’agosto del 2025: un rogo violento, specchio di un’economia dello sfruttamento che lascia dietro di sé solo il vuoto e quella “crisi della presenza” di cui scriveva Ernesto De Martino. Esiste però un altro fuoco. Un fuoco eretico, custodito per venti giorni sotto un manto di terra dai carbonai di Serra San Bruno. Questo fuoco non divora, ma trasforma; non consuma, ma crea. Chi sono i veri innovatori? Chi inventa un algoritmo per la consegna veloce o chi, restando, impedisce al proprio mondo di franare? La mia indagine in Calabria — regione spesso assente dalle narrazioni nazionali — rovescia lo stereotipo dell’abbandono. Qui l’identità non si definisce per sottrazione, ma attraverso la “Restanza”. Come teorizzato da Vito Teti, la restanza non è una resa, ma una scelta politica e rivoluzionaria: l’arte di restare per prendersi cura, presidiando il territorio contro la minaccia degli incendi e l’oblio della globalizzazione. I carbonai di Serra San Bruno sono i guardiani di questo equilibrio. Il loro lavoro, che affonda le radici in sapienze fenice, è un modello di economia circolare ante litteram. Il prelievo dal bosco è selettivo, la combustione dello “scarazzo” è una danza lenta che rispetta i cicli della foresta. In questo presente continuo, il gesto del nonno rivive in quello del nipote. Non c’è scarto, solo trasformazione. Attraverso la fotografia documentaria, ho cercato di mappare questo sistema socio-culturale che resiste. Le immagini in bianco e nero non sono una scelta estetica, ma una necessità analitica: servono a spogliare la realtà dal superfluo per arrivare alla materia, alla fuliggine, alla dignità della fatica. Ogni scatto è un invito a riscrivere la nostra percezione del tempo e del valore. Il fumo del Vesuvio e quello degli scarazzi ci pongono di fronte a un bivio. Quale fuoco vogliamo alimentare? Quello della voracità che brucia il futuro, o quello della sapienza che lo custodisce? La scelta non riguarda solo la Calabria, ma il modello di civiltà che intendiamo abitare. I carbonai, ogni volta che accendono un fuoco, ci ricordano che un’alternativa esiste già. Ed è lenta, sapiente e profondamente umana. La fotografia documentaria qui agisce come una stratificazione dello sguardo, capace di decifrare i gesti rituali e la densità della materia per restituire dignità a un sistema di economia circolare esistente da secoli.