Sara Cucè è una fotografa laureata in fotografia alla London Metropolitan University (2017) e dal Master in studi curatoriali alla LSBU e Whitechapel Gallery (2022), a Londra. Tramite la fotografia analogica, Sara esplora temi come l’identità, la rappresentazione, la percezione, la memoria, il concetto di casa e di appartenenza, narrate sotto forma di diario visuale. Cucè è la vincitrice del Life Framer Award 2022, selezionata come Fresh Eyes Talent 2022, e finalista del LensCulture HOME ’21 International Photo Prize 2021, the Magnum Photography Awards, the Royal Photographic Society IPE 160 and the Photography on a Postcard 2017. Le sue opere sono state esposte in svariate mostre in Regno Unito, Francia, Italia, Germania e Paesi Bassi.
Memory of the eyes, 2016 – ongoing
Questo progetto mira a rappresentare la condizione esistenziale dell’individuo che migra in un nuovo territorio, chiedendosi a chi o a cosa appartenga, e trae ispirazione dalla mia esperienza personale di migrazione dalla Sicilia al Regno Unito, più di dieci anni fa. Magali Duzant ha così descritto la serie: “Nelle sue surreali fotografie in bianco e nero, Sara Cucè esplora gli spazi intermedi della migrazione alla ricerca di una forma visiva che descriva come ci si sente a non essere né qui né là. Cucè usa abilmente le doppie esposizioni per trasmettere i modi in cui la migrazione può essere un campo minato, bilanciando l’attrazione della nostalgia con la promessa del nuovo. Fotografa italiana con sede a Londra, Cucè ha scritto di questa battaglia delle dualità, affermando: “Mi chiedo se possano vivere sotto lo stesso tetto, dentro lo stesso corpo, insieme. In continuo mutamento”. Formattato come un diario visivo, l’opera è uno sguardo evocativo sulla poetica dell’appartenenza e sulle sfide della costruzione di una nuova identità sulle fondamenta della vecchia. In ogni scena sembra come se passato e presente fossero cuciti insieme, tramite luci, ombre, impronte e riflessi. Nella stratificazione, spostamento e ingrandimento di parti dell’immagine, Cucè riesce a coniugare tecnica e concetto. Le fotografie, ricche di metafore e curiosità, giocano con la costruzione dello spazio quanto del tempo […] è quasi come se la nostra visione si confrontasse con la nostra memoria, chiedendoci cosa significhi non solo vedere uno spazio ma esistere al suo interno”.