É nata a Bari nel 1990. Ha vissuto a Milano dal 2010 al 2016, dove ha frequentato l’Istituto Italiano di Fotografia di Milano e lavorato come assistente di studio e fotografa di ritratto ed eventi. Laureata in Lingue e Letterature Moderne, è docente di lingua inglese e attualmente sta completando un dottorato di ricerca su Virginia Woolf e la fotografia presso l’università di Bari. “Giulia Laddago è una fotografa contemporanea dallo sguardo intimista che utilizza il ritratto, l’autoritratto e il paesaggio come strumenti metaforici per esplorare stati emotivi e ricercare la propria identità. I suoi viaggi possono essere reali o immaginari, poiché nascono da storie reali, racconti e diari personali, per rivelare scenari spazio-temporali alla ricerca di connessioni. Queste connessioni, siano esse del sé con lo spazio, con le emozioni, con il corpo, con le strade o con gli altri, prendono forma per rivelare l’essenza delle cose insieme a un’idea personale e necessaria di bellezza. Il momento in cui i soggetti vengono catturati dalla luce rappresenta un atto trasformativo, in cui l’effimero diventa importante e afferma la sua presenza e il suo diritto di esistere, liberandosi da qualsiasi giudizio. La fotografia diventa così un linguaggio espressivo che, con fragilità e forza allo stesso tempo, dà voce all’urgenza di stare al mondo e di trovare la propria dimensione di essere umano, esplorando il rapporto tra corpo e natura e cercando connessioni che necessitano di essere raccontate”. (Testo di Maria Teresa Salvati, My Spot of Beauty)
In lingua inglese, “uneven” indica una superficie irregolare, accidentata, una qualità non lineare ma frastagliata, contraddistinta da un’assenza di equilibrio tra due parti. Ho trentadue anni e ho un corpo “uneven” da quando, nel 2019, ho subito una mastectomia totale del seno destro a seguito di una diagnosi di carcinoma alla mammella. In seguito ho scelto di non ricorrere alla ricostruzione con chirurgia plastica. La fotografia di autoritratto, che da sempre accompagnava le mie riflessioni sulla mia identità e la mia crescita, ha assunto naturalmente il ruolo di accompagnatrice durante questa esperienza. Mi ha aiutato ad elaborare il trauma, la paura di una malattia “mitologica” e potenzialmente letale, e naturalmente il cambiamento del mio corpo. Mi ha aiutato ad elaborare il rapporto con il mio corpo “irregolare” in assenza di uno degli attributi più connotati sessualmente del corpo femminile. Oltre ad essere uno strumento di elaborazione personale del trauma, considero la fotografia di autoritratto uno strumento fondamentale per l’autodeterminazione dei corpi. Questo lavoro ambisce, nel suo piccolo, a normalizzare e dare più visibilità alle persone che subiscono mastectomia, i cui corpi “uneven” sono ancora sotto-rappresentati e spesso invisibili. Ho scelto di raccontare la mia storia e rendere l’irregolarità del mio corpo visibile alle altre persone, in modo da demistificare e smorzare il tono spesso sensazionalistico e pietistico che assumono molte narrazioni sul tumore al seno.