Maria Grazia Carriero (Gioia del Colle, 1980), artista e docente di discipline grafiche e scenografiche, si forma in Arti visive e discipline per lo spettacolo presso l’Accademia di Belle Arti di Roma. Instancabile sperimentatrice, passa dalla pittura alla fotografia, alla video arte e alle installazioni; comune denominatore della sua ricerca è la virtualità, concetto filosofico e antropologico indagato attraverso l’analisi della cultura popolare, delle credenze e delle pratiche ascetiche. Protagonista di numerose mostre personali e collettive alla Galleria Blanchart e alla Galleria Maria Cilena di Milano (2009-2011), alla Fabbrica del Vapore (DOCVA) di Milano (2011), alla Fondazione Merz di Torino (2011), alla Galleria Pall Mall di Londra (2012), al Rathaus di Stoccarda, ai Kantieri Koreja di Lecce (2012), alla Fondazione Pino Pascali di Polignano a Mare (2013). Selezionata per partecipare al Premio Zingarelli Rocca delle Macìe (2012), alla Biennale Mediterranea 17 (2015), ad Adrion Art promosso dall’Agenzia per il Patrimonio Culturale Euromediterraneo di Lecce (2013). Vincitrice della Residenza artistica L’arte contemporanea nei luoghi del quotidiano (2014) e del Premio Progetto Air Land 3.0 INSIDE LAND, Ex Officine Ferroviarie di Barge (CN)(2020). Nel 2018 pubblica con Progedit Editore il suo primo saggio: Arte e ricerca etnografica. Il laùru: i luoghi, gli incontri, le testimonianze; collana Antropologia e Mediterraneo diretta dal prof. E. Imbriani. Nel 2021 pubblica insieme a Nicola Zito il saggio Masquerade. L’Universo dietro la maschera. Percorsi tra arte e Antropologia. Collana Antropologia e mediterraneo diretta dal prof. Eugenio Imbriani, Progedit editore. Le sue opere sono presenti in collezioni pubbliche e private.
Il progetto LiminaL nasce dalla riflessione sviluppatasi in seguito al ritrovamento di un numero considerevole di coperte, tessuti, ricami e piccoli tappeti realizzati al telaio, in un vecchio armadio di famiglia, appartenenti ai miei nonni e al corredo di mia madre che nel corso del tempo abbiamo ereditato e custodito. Successivamente attraverso alcuni viaggi effettuati e lunghe assenze dalla mia terra d’origine, come la permanenza per molti mesi in un piccolo quartiere di Marrakech, ho accumulato ulteriori coperte e tessuti acquistati in giro per i mercatini dell’usato, contribuendo ad allargare una sorta di mappa genealogica e simbolica fatta d’interazioni immaginarie con oggetti appartenuti ad altre persone. I tessuti, infatti, per quella proprietà di nascondere e coprire, fanno emergere sagome e figure ambivalenti, provenienti da un substrato lontano, in cui l’antenato, emblema del rapporto fra lo spazio e la memoria, si erige a figura mitizzata mettendo in connessione forze e saperi perduti, in un rapporto arcaico e profondo tra uomo e natura.
Nel mondo desacralizzato dell’oggi, tali figure sono perdute, dimenticate e relegate sull’altare di una bulimica ipertecnologica società; esse però si rigenerano e vivono nuovamente nella memoria antropologica: è la storia che si ripercuote nel contemporaneo. Gli avi, i revenant o queste figure antropomorfe fotografate dinanzi a casolari abbandonati, in guardia dei luoghi, diventano parte di una geografia perturbante, dove le dimore di una volta sono inghiottite nei territori attuali, alimentano il senso di spaesamento. Gli esseri archetipici che popolano queste architetture, ricostituiscono un nuovo equilibrio fra l’uomo e la natura, fra l’antico e l’attuale, fra lo spirituale e il materiale, in una ritrovata conciliazione in cui l’uomo, come un tempo, manipola il suo universo attraverso gli strumenti della propria storia.