Marisa Merz. 23 gennaio – 23 marzo 2024. Thomas Dane Gallery, Napoli – Italia

Marisa Merz nasce il 23 maggio 1926 a Torino, dove frequenta fin dall’adolescenza l’ambiente culturale ricco dei vari lasciti della scuola casoratiana. Esordisce in campo artistico negli anni Sessanta con le Living sculptures, manufatti in lamina di alluminio composti da più elementi spiraliformi, così mobili e irregolari da meritare l’appellativo di viventi. Legate alla ricerca sui materiali e a una progettualità essenziale, queste prime opere – presentate da Sperone a Torino già nel giugno del 1967 – anticipano e preparano la partecipazione dell’artista al movimento dell’Arte Povera. Con alcune azioni – celebre quella con le coperte arrotolate disposte sul bagnasciuga di Fregene nel 1970, in occasione della prima personale alla galleria L’Attico a Roma – Merz introduce nel linguaggio della scultura contemporanea tecniche e manufatti artigianali della tradizione, o appannaggio del lavoro femminile, attribuendo piena dignità artistica a procedure e materiali del quotidiano e prendendo così le distanze sia dalla poetica delle strutture primarie del minimalismo, razionali e autoreferenziali, sia dal gruppo dell’Arte Povera, rispetto al quale mostra fin d’ora una sensibilità eccentrica. Unita alla componente temporale presente già nei lavori a maglia, questa la porta precocemente a raccogliere, combinare e ridefinire proprie opere precedenti come nell’assertivo Ad occhi chiusi gli occhi sono straordinariamente aperti (1975), che intitola la seconda personale all’Attico accostando le sculture in filo di rame, la Scodella di sale (1967), Bea e Scarpette (1968).

Dalla metà degli anni Settanta gli interventi di Merz acquistano un carattere compiutamente ambientale, dapprima con la serie di stanze che l’artista allestisce in spazi complementari: quello aperto e pubblico della galleria o quello sotterraneo e segreto di una cantina, con un movimento continuo dalla dimensione privata a quella pubblica, una metamorfosi ininterrotta delle tracce graffite in forme scultoree e della fisicità materica in cromie dipinte. È in questo momento che si fa strada l’interesse per il volto umano, reso in due o tre dimensioni in disegni e pitture, o in sculture in creta, gesso, cera. Anche loro ‘sculture viventi’, le testine che accompagneranno l’artista per più di un quarantennio sono “visioni fatte emergere dalle profondità del Caos, dove la figura della Donna e il volto dell’artista si intrecciano e si mescolano” (Catherine Grenier), o ancor meglio “prefigure” (Tommaso Trini), la cui autonomia si sviluppa in un inedito chiaroscuro plastico che rimanda, differisce, qualsiasi forma finale (Rudi Fuchs). “Pensare le cose ‘senza forma’ – scrive ancora Trini – permette di liberarle tanto dal reale quanto dall’irreale. Nella circolarità tra il chiaro e lo scuro, una forma finale può situarsi, rinascendo, all’inizio di ogni cosa”. Negli anni Ottanta le diverse voci in cui da sempre si traduce la sua creatività trovano la loro sintesi perfetta e la loro compiuta maturità nelle testine grevi e impalpabili, nelle raffinatissime carte, nelle pale d’altare polimateriche: ne danno testimonianza le personali allestite nelle gallerie Bernier (Atene), Fischer (Düsseldorf), Tucci Russo (Torino), gli inviti della Biennale e di Documenta, nonché la partecipazione a importanti selezionate collettive: dopo la Biennale di Venezia del 1980, è a Parigi per Identité italienne. L’art en Italie depuis 1959, curata per il Centre Pompidou da Germano Celant nel 1981; poi a Palazzo delle Esposizioni, a Roma, per Avanguardia. Transavanguardia, a cura di Achille Bonito Oliva, nel 1982, anno in cui è anche a Documenta.

In seguito l’artista centellina ulteriormente la sua già rarefatta presenza pubblica: tra le personali museali sono da ricordare: Centre Georges Pompidou, Parigi, 1994; Kunstmuseum Winterthur, 1995 e 2003; Stedelijk Museum, Amsterdam, 1996; Galleria d’Arte Moderna Villa delle Rose, Bologna, 1998; Museo MADRE, Napoli, 2007; Centre international d’art et du paysage, Ile de Vassivière, 2010; Fondazione Querini Stampalia, Venezia, 2011; Fondazione Merz, Torino, 2012; Serpentine Gallery, Londra, 2013, Macro Museo d’Arte Contemporanea, Roma, 2016. Al 2017 data la prima grande antologica americana, The Sky Is a Great Space, allestita al Metropolitan Museum of Art di New York, e all’Hammer Museum di Los Angeles, e poi presentata anche in Europa al Serralves Museum of Contemporary Art di Porto e al Museum der Moderne di Salzburg, nel 2018. Dopo aver partecipato a partire dal 1972 a svariate edizioni della Biennale di Venezia, nel 2001 l’artista vi riceve il Premio speciale della giuria, e nel 2013 è insignita del Leone d’Oro alla carriera. Marisa Merz scompare a Torino il 19 luglio 2019, e la sua ultima personale, Geometrie sconnesse palpiti geometrici, si inaugura due mesi dopo al Masi di Lugano.