Cesare Accetta “Il buio al centro della mia ricerca” a cura di Patrizia Varone, foto di Cesare Accetta, immagini dal vernissage di Ludovico Brancaccio
Cesare Accetta ha lavorato come fotografo di scena nel teatro di sperimentazione, collaborando con il Teatro Instabile di Napoli e in seguito con altri gruppi dell’avanguardia, soprattutto napoletana, come il Falso Movimento di Mario Martone e il Teatro dei Mutamenti di Antonio Neiwiller. La sua attività di fotografo di scena abbraccia poi anche il cinema con Martone in Morte di un matematico napoletano (1992) e L’amore molesto (1995). Con lo spettacolo L’uomo, la bestia e la virtù, messo in scena da Laura Angiulli, esordisce come light designer teatrale e come direttore della fotografia con il film I racconti di Vittoria, diretto da Antonietta De Lillo, regista con la quale lavora per Non è giusto e Il resto di niente. Collabora in seguito con i registi Pappi Corsicato per la Chimera e Nina Di Majo per Autunno, L’inverno. In teatro in più occasioni cura la fotografia delle riprese televisive degli spettacoli, come nel caso dello spettacolo di Licia Maglietta Delirio amoroso (2005), diretto da Silvio Soldini. Ha all’attivo numerose esposizioni tra cui DRAMA al Blu di Prussia – Fondazione Mannajuolo di Napoli, aperta al pubblico fino al 6 aprile.
1. Fotografia, teatro, cinema, il tuo percorso artistico interseca, quasi come un collante, questi ambiti…
La base ovviamente è la fotografia, e da quella sono partito, arricchendo poi nel tempo le diverse possibilità di applicazioni alla competenza acquisita in corso d’opera. E’ evidente che ognuno degli specifici che indichi ha presupposto un successivo sviluppo di competenze, perché c’è di certo un forte distinguo nella gestione di ciascuna delle attività che citi. Anche un diverso orientamento dello sguardo. Quando fotografi, lo sguardo e il clic successivo contengono e racchiudono tutto il possibile per quell’immagine, oltre naturalmente le elaborazioni di sviluppo e stampa, ma l’immagine resta inequivocabilmente quella dell’attimo in cui l’hai concepita. Quando lavori in teatro o al cinema il processo di narrazione è più esplicito e articolato, con scelte in condivisione con altri soggetti che necessariamente ne determinano l’esito finale.

2. La sperimentazione caratterizza il tuo lavoro. É una compagna costante…
Sì, e questo è l’elemento più interessante e al tempo stesso più faticoso, perché l’ambito della fotografia, se vuoi scavalcare certo naturalismo di maniera che può offrire spunti sterminati, ti pone in una dimensione elaborativa di intima visionarietà difficilmente condivisibile, al di là degli apporti concreti che possono venire nel caso si decida a priori di condividere il lavoro con creatività e sensibilità di un altro soggetto. Com’è stato nel caso di Drama, dove la presenza di Alessandra D’Elia (attrice e regista) in sede progettuale e creativa si salda a un’antica collaborazione già molto esperita negli anni.

3. …e la luce è una componente essenziale, oserei dire esistenziale, della tua ricerca fotografica e visiva in generale
La luce è tutto, anche perché contiene il buio, che ritengo componente essenziale al centro della mia ricerca. In Drama anche l’allestimento della mostra stessa lo rivela, perché ho posto al centro l’esigenza di riproporre al visitatore lo stesso ambito visivo in cui le opere sono state concepite. C’è da tenere presente che il buio può accedere a molte diverse entità di nero, da quello che porta luce a quello che la annulla in un abisso senza fondo… e si offre a infinite scansioni tematiche e estetiche.
4. Come entra il corpo, la presenza umana in questa ricerca?
La bellezza delle forme entra in sintonia col mio ideale estetico, in questo mi sento in qualche modo portato al “classico”. E’ vero, la mia ricerca si affida soprattutto all’elemento umano, che solo in alcuni casi trascino verso l’astratto. Diciamo che il corpo in quanto tale mi piace, lo leggo come territorio privilegiato, poi la mia visione fa da filtro, aggiunge, sottrae, trasforma fino al punto della più o meno compiuta soddisfazione, per così dire “poetica”. Credo che il corpo in sé, portato all’occasione dell’occhio, non sia mai un elemento semantico definitivo, ci sono infinite opportunità d’indagine e rielaborazione che appartengono strettamente al soggetto che opera.
5. Per DRAMA, la mostra in corso al Blu di Prussia, l’idea come ha preso forma?
Nelle precedenti risposte c’è già una risposta al mio bisogno di procedere creativamente nella direzione cui s’affida DRAMA. Avevo già abbozzate delle prime prove, abbandonate perché impegnato altrove, poi con Alessandra D’Elia abbiamo lavorato a strutturare e realizzare un percorso operativo più solido fino a un possibile compimento, e si è resa concreta l’idea della mostra. L’idea su cui poggia l’intero impianto può essere colta nel tentativo d’imprimere nell’ elaborazione dell’opera la stessa emozione vissuta dall’autore in condivisione con i soggetti partecipanti alla fase di concreta messa in opera del progetto in cui interviene la cattura delle immagini, poi affidate a materiale inerte (il supporto fotografico) tuttavia ancora una volta sensibile nella capacità di svelamento del dato registrato, poi trasferito alla sensibilità dell’osservatore nella destinazione finale. E’ leggibile il legame che raccorda l’esperienza del teatro alle immagini di DRAMA; un teatro portato negli esiti finali, quando del dramma, della ritualità del caso, tutto è già consumato e non resta che la traccia in un’impronta fissa, definitivamente indelebile.



