Federico Iadarola (Mirabella Enclano, Avellino) dopo aver conseguito la laurea in Architettura, rileva l’antica bottega paterna dedicandosi completamente alla fotografia. Dagli anni ’90 è stato protagonista di eventi dedicati alla scrittura della luce. Nel 2019 riceve la Menzione Speciale Frank Cancian per il concorso ‘1801 Paesaggi’, premio che gli è assegnato dallo stesso Cancian.

La mia idea della fotografia si trasforma col passare del tempo insieme ai mutamenti del mio corpo, direi una simbiosi con l’avvenire inesorabile di entrambi.
Mi piace pensare ad un’azione fotografica che assecondi il respiro proprio e che non si affanni a rincorrere il consenso né il bello precostituito. Per questo non credo che esista un bello per le fotografie, ma immagino unicamente ad una loro giustezza. Amo le oneste, senza manipolazioni, che catturano quello che sta per accadere e non ciò che è stato, quando colgono l’istante del mondo nel suo farsi per restituirci il mondo mentre avviene.
Non mi interessano le rappresentazioni del reale e non do peso all’approccio visivo per le mie fotografie. Penso che la vista, lavorando sulla parte del cervello che opera per associazione al già conosciuto, sia, tra i sensi, quello più ingannevole e quindi afferirà ciò che si guarda ad immagini già elaborate.
L’unica fotografia che conta per me è quella che prende forma nella camera oscura della mente.
Lo spazio che ora sento mio è quello del sogno che cerco di sovrapporre alla realtà e lo faccio supportandomi con l’utilizzo della pellicola e di attrezzi antichi (bessa II 6×9, bencini koroll 3×4, hass 6×6). Non potrei reputare nient’altro più opportuno del loro utilizzo e gli impedimenti che ostacolano lo scatto di una foto sono i benvenuti. Si tratta di attrezzi che conservano l’odore di mio padre; immagino che se dovessi associare un odore alla fotografia sarebbe solo il suo. La stanza delle cose belle della mia memoria è occupata dai racconti dei grandi autori della fotografia, dagli incontri belli di persone, dai libri e dai film che ho amato, dai fumetti di Pazienza, dalla musica che mai smetto di ascoltare, dal buon bere e dal piacere della condivisione che da tutto ciò ne deriva.
Tra le azioni che si compiono in solitario ritengo la fotografia tra quelle più terapeutiche se non taumaturgiche per la comprensione di sé stessi. E non è forse in questo che consiste la nostra esistenza?

Intuizioni future.

Tra le arti visive la fotografia è stata quella a pagare il prezzo più alto per un mercato che nel frattempo richiedeva sempre maggiore facilità e immediatezza d’utilizzo per le proprie merci.
La tecnica, necessaria per qualsiasi forma di scrittura, è stata sopraffatta dall’elettronica che per ogni immagine ha arrogato a sé la perfetta e rassicurante conformità all’uso.
Nel frattempo, è sembrato che la fotografia abbia ceduto il passo all’immagine che per propria natura rappresenta senza ambizioni di narrazioni ulteriori. La forma spesso sembra prevalere sul contenuto e tutt’intorno una sorta di tranquillizzante omologazione, un po’ come avviene con quelle app tipiche dei telefoni quando danno vita ad una produzione bulimica di estemporanee che si liquefano allo sguardo senza lasciare traccia alcuna. La traiettoria sembrerebbe inevitabilmente segnata se alla Fotografia definitivamente non fossero più richieste narrazioni con la potenza della sintesi anche di un’unica immagine e col suo linguaggio universale capace di dialogare con occhi di lingue diverse.

Cultura e memoria. Coniugazioni e interazioni.

È durata due anni l’esperienza di volontariato nella casa circondariale di Ariano Irpino (AV) col progetto “l’ora di luce” (Premio Gattamelata 2015 per la cultura e la pratica del volontariato e della solidarietà, categoria associazione nazionale). Per disposizioni interne non avevamo possibilità di utilizzare nessun attrezzo di ripresa fotografica e così coinvolgemmo i ragazzi in un’operazione di scrittura, di descrizione puntuale, di ciò che avrebbe dovuto essere la loro fotografia.
Storie e racconti fino a quel momento taciuti iniziavano a definirsi così come accade col foglio nel bagno di sviluppo. Fissata la narrazione, si stabilì un valore per la luce, si definì lo spazio che avrebbe dovuto occupare ogni elemento coinvolto. Si stabilì, inesorabilmente, la ragione e la necessità per ciascuna delle fotografie descritte. L’utilizzo di parole asciutte, l’empatia necessaria per il trasferimento e per la comprensione delle stesse, la naturale piacevolezza dell’azione ludica diedero vita al momento culturale più alto fino ad allora vissuto con la Fotografia. Ricordo nitidamente ogni descrizione puntuale conservandole tutte con gelosia, quelle con le luci fredde proprie dei neon della stanza dei colloqui e quelle con le luci calde delle telefonate a casa.

Pubblico e fruitori nella produzione articolata realizzata.

Accompagno personalmente le mie fotografie nei luoghi destinati ad accoglierle e spesso mi capita di dover progettare e realizzare l’allestimento degli stessi, come in questi giorni che mi vedono impegnato per la presentazione in museo di una mostra fotografica. (“Museo del Carro” di Mirabella Eclano (Av). Attualmente interessato da lavori di ristrutturazione, riapre ad aprile 2022. Federico Iadarola è stato incaricato di realizzare allestimento e mostra fotografica permanente sulla festa del Carro. Festa che avviene il sabato che precede la terza domenica di settembre, durante la quale un obelisco decorato con grano intrecciato di 25m, viene trasportato dalla campagna al centro del paese da buoi e persone).
Per i miei allestimenti utilizzo materiali e supporti multimediali diversi in modo da ampliare il coinvolgimento emotivo del fruitore per avere restituita, in maniera quanto più certa, l’emozione percepita. Qualunque sia il risultato, sarà quel dato a costituire la ripartenza.
Per i lavori editoriali curo impaginazione e grafica, insieme agli editori, magari accompagnando la presentazione del libro con tracce audio e video realizzati a proposito, proprio quanto fatto di recente per “come crisalide” AreaBlu edizioni 2021.

“La sua ricerca – è scritto – continua, nell’anima che gli è propria d’inesauribile passione, d’intensità costante e di verità in ogni immagine”.