IO|N. Fabio Sandri. fino al 23 settembre 2021 (chiuso ad agosto). Gaggenau DesignElementi Hub, Milano – Italia.

Intervista a cura di Patrizia Varone

P.V.: Chi è Fabio Sandri.

F.S.: Questa domanda è in fondo il tema centrale della mostra IO | N (IO-NOI) in corso a Milano. Chi siamo? Chi sono io? Quale rapporto può esistere tra l’IO (artista) e pubblico quando tolgo la macchina (fotografica) e non esiste più distinzione tra chi fa la fotografia e chi fa il “fotografo”. E in effetti non mi sento un fotografo in senso tradizionale eppure la luce e il tempo sono le materie con cui da sempre lavoro. Per avvicinarsi al mio modo di intendere la realtà e la fotografia è importante riflettere sul fatto che ho appreso la fotografia da autodidatta. La fotografia l’ho praticata relativamente tardi, verso i vent’anni all’Accademia di Belle Arti di Venezia dove studiavo pittura con il Maestro Emilio Vedova. Lì ho anche seguito un corso biennale di fotografia prevalentemente storico-teorico tenuto dal Professor Angelo Shwarz. Ho utilizzato la fotografia inizialmente per documentare i lavori plastici o pseudo performativi che facevo a casa mia per mostrarli poi in accademia. A ben vedere già in quelle foto (primi anni ’80) c’erano elementi che travalicavano la documentazione, c’era più o meno consapevolmente una intenzione o un gesto specificamente fotografico, soprattutto nel senso del rapporto con la rappresentazione delle opere, che erano perlopiù grandi disegni o impronte oppure sculture con diversi materiali in relazione al mio starci accanto o dentro come misura o assieme e anche nella visione dei luoghi come opera. Qualche anno dopo, cioè dal ‘89, ho utilizzato la carta fotosensibile proprio come materia autonoma, come plasticità generante in sé: ottenevo delle immagini plastiche, dei fotogrammi, piegando su sé stessa la carta fotosensibile, fin da subito in grandi formati, cioè in rapporto alla misura umana. Dunque, se proprio devo definirmi, mi definisco un ricercatore del linguaggio plastico, si tratta di ricercare, con questo lavoro di scavo continuo, per quanto portato al limite materiale nonostante la presunta smaterializzazione degli strumenti dei linguaggi del contemporaneo, di ricercare appunto una possibile fisicità: credo sia una dimensione inevitabile che mi attira ancora.

P.V.: Cosa è la fotografia per lei. Può anche offrire dei riferimenti?

F.S.: La fotografia la definisco come un “precipitato”, perché è una sorta di derivato, una memoria dei materiali oltre che di iconografie, una riduzione estrema di un fatto e un atto fisico in sé. Definisco quindi i miei lavori con i fotogrammi un lavoro scultoreo perché si agisce nello spazio con un materiale che ha una sua fenomenologia concreta e una processualità. È una riduzione plastica dello spazio e dei materiali, ancor più che un’immagine. Si tratta di un materiale di caduta, di dopostoria, e in questo sta la sua forza simbolica. La fotografia è un materiale irrisolto. Mantiene un certo grado di indefinizione che mi interessa, una complessità significativa, è un materiale di linguaggio, plastico appunto, inteso non solo come supporto ma anche come processo e implicazioni simboliche. Un materiale che viene dopo una certa storia degli altri materiali, e strumenti. Mi piace questo processo di pseudo fossilizzazione. Un processo non statico, come se il lavoro e il dibattito confluisse in questo deposito, un accumulo, una stratificazione, un concentrato simbolico. E la fotografia non è solo l’oggetto-immagine, ma un meccanismo, un processo, un atto in atto, dialettico. Ancora oggi sono convinto che il fotografico risieda appunto nel gesto, un processo che si mette in moto, con un certo grado di autonomia, una presa diretta o una fenomenologia materica spaziale plastica che avviene concretamente, e soprattutto ripeto avviene con un certo livello di autonomia. Anche se siamo in tempi di massima possibilità falsificatoria e di finzione credo che nel processo fisico dell’impronta fotografica rimanga almeno una tensione di verità, una volontà di realismo che trovo ancora significativa, che assume dunque una dimensione simbolica. Mi sembra che la materia del fotografico abbia un suo sguardo che può riservare sempre sorprese, mi sembra che il procedimento riesca ad esprimere dimensioni originali e significative proprio grazie alla sua autonomia, che è più una attitudine automatica che una certezza assoluta. I riferimenti artistici sono molti. Istintivamente direi J. Kounellis, A. Giacometti, G. Richter, E. Vedova, M. Sironi, P. Gioli, B. Nauman, G. Penone, F. Vaccari, P. Di Bello.

P.V.: Futuro, cultura, memoria, contemporaneità, autorialità: come li coniuga con il suo lavoro.

F.S.: Per me è importante l’essere artista al di là del modo con cui veicoli e fai l’artista. Credo che il fotografico sia emblematico e importante proprio allorché sfugge a categorie chiuse. Nell’arte e nella fotografia in particolare si possono applicare definizioni sempre più relative tanto dal punto di vista tecnico quanto concettuale. Cosa importante perché permette sempre più l’intreccio tra più dimensioni e diversi linguaggi: iconografia, comportamento, concettualità, processualità, documento. Innanzitutto non definisco il mio lavoro fotografico sperimentazione che ritengo un termine generico e settario, come se definissimo sperimentale il collage cubista, o il dripping, non sono esperimenti ma pratiche non ortodosse, altre o diverse grammatiche, altre determinazioni. Da sempre il mio interesse va verso le costruzioni o principi di genesi formale, i meccanismi iniziali, le invenzioni o reinvenzioni processuali, il presentare un dispositivo, mettere in moto un meccanismo, le figure umane come misura e confronto con i luoghi, forme di essenzialità. I soggetti che utilizzo sono paradigmi plastici. Il tema iniziale è spesso quello dello stare nello spazio, la presenza in un luogo. L’immedesimazione, la partecipazione in atto in prima persona, con un gesto anche minimo, l’azione autonoma e automatica del materiale fotosensibile che rileva il lavoro dello sguardo del fruitore-pubblico. L’idea di partire da una forma di empatia, una sorta di fatto empatico che guida il lavoro. Ho sempre realizzato opere che potessero diventare ambientali. Non per un fatto scenografico, ma per un senso di coinvolgimento 1:1 della presenza umana.

P.V.: Pubblico e fruitori sono presenti nella realizzazione delle sue opere: quanto è determinante la presenza dell’altro.

F.S.: Parto da una forma di empatia, una sorta di fatto empatico che guida il lavoro. Ho sempre realizzato opere che potessero diventare ambientali. Non per un fatto scenografico, ma per un senso di coinvolgimento 1:1 della presenza umana. In diversi casi questo è implicito dalle misure delle installazioni, come ad esempio presso la Galleria Neon di Bologna nel 2006, dove ho ricoperto di carta fotosensibile una intera parete (incarnato) che sommava le impronte prodotte da un filmato a quelle della situazione ambientale per tutto il tempo di apertura della mostra. Attualmente, presso Gaggenau DesignElementi di Milano è in atto un’opera in continuo sviluppo (Filtro-Incarnato) che raccoglie le impressioni dell’ambiente e del passaggio dei visitatori per tutto il tempo dell’esposizione, e che si concretizzerà in una particolare immagine astratta e concreta del luogo. Al fianco di tale opera ho riproposto l’installazione/dispositivo Garage/Autoritratti di tempi lunghi, uno dei miei lavori più emblematici per coinvolgimento di pubblico, Realizzato nel 2010 per la Galleria Artericambi di Verona. In quest’opera allo “spettatore” era richiesta anche un’azione. Non era un lavoro che si limitava alla forma visiva, ma si apriva all’esperienza, parlava in prima persona. Per essere visto doveva essere partecipato: occorreva stare fermi venti minuti per creare alla fine un risultato, una fotografia. Un’esperienza attiva, un confronto con sé stessi e il proprio tempo, con la stasi, con la percezione personale di noi stessi. Spingeva a spostare il punto di vista da una visione esterna a una interna che parlava della propria vita. Un’opera simbolica. In questi lavori partecipati subentra l’elemento della casualità, che non è controllabile e contribuisce anch’esso al risultato finale, alla produzione dell’immagine. Ma, data la stasi necessaria, sottolineo che la componente della volontà, come atto costruttivo, è più fortemente significativo circa la funzione dell’arte.

Le immagini: ©Francesca Piovesan, Courtesy Fabio Sandri, Gaggenau, Cramum