L’arte e la socialità secondo Jan Fabre. di Patrizia Varone
Nell’ambito del Campania Teatro Festival edizione 2024, la Sala Assoli di Napoli ha fatto da palcoscenico per due testi teatrali di Jan Fabre, scultore, regista e coreografo belga.
Il 10 e l’11 dicembre con “I’m Sorry” Stella Hötler, musa dell’artista con cui ha firmato il copione, porta in scena la difficoltà di comunicare il dissentire. Difficoltà che trascina con sé la necessità di chiedere scusa per come appare, per come si comporta, per quello che dice nonostante sia certa che bisogna parlare e scambiare opinioni con gli altri.
L’attrice, in un leggiadro abito bianco che ricorda vagamente la Venere di Botticelli, parla di sé e del suo corpo, entra nei minimi dettagli descrivendo ciò che appartiene all’essere donna, al nostro essere umani. Gli occhi e lo sguardo che arreca in sé il piacere di vedersi bella. Il naso e l’olfatto per apprezzare i profumi del mondo. La bocca ed il gusto per assaporare cibo e sesso. L’orecchio per ascoltare e provare delizia nell’essere maneggiato. Le mani attraverso cui tocchiamo, carezziamo, sperimentiamo l’incanto della relazione con noi e con l’altro. E ancora l’intero corpo capace di scegliere, percepire, provare e dare. Infine il cervello organo che dichiara essere il più importante.

“I’m Sorry”, si sviluppa in una semplice ma avvolgente scenografia fatta di un tappeto di foglie variopinte, come se ne vedono in autunno, e le note accattivanti di Johann Sebastian Bach. É un inno al vivere senza paura di essere ciò che si è. É un’attestazione del danno della censura che inibisce un dialogo vero e aperto tra persone. Perché, quando una società si protegge dall’ascolto di opinioni dissenzienti, impedisce il rafforzamento delle proprie argomentazioni. Il dialogo è la base della democrazia.

Il 12 e il 13 novembre “Io sono un errore” interpretato dall’attrice Irene Urciuoli, ha rappresentato quello che per Jan Fabre è il manifesto della sua visione del mondo: “Sono un errore perché plasmo la mia vita e il mio lavoro in modo organico, secondo il mio giudizio, senza preoccuparmi di ciò che si dovrebbe fare o dire”.
Con la musica di Alma Auer, le luci di Wout Janssens e la drammaturgia di Met Martens, la rappresentazione si sviluppa in una scenografia scarna che sembra a tratti stanza di ospedale, luogo di lavoro, ambiente chiuso.
L’interpretazione di Irene Urciuoli, prima avvolta in un telo bianco poi in tailleur pantaloni nero, ripete, e fa risuonare, come un mantra “Io sono un errore” per rafforzare quella che a tutti gli effetti è un’affermazione di libertà. Jan Fabre in questa opera si dichiara al servizio della bellezza ed in difesa della vulnerabilità.


