Nata in Israele nel 1972, Tami Notsani ha lasciato il suo Paese nel 2000 per andare a vivere in Francia. Dopo gli studi scientifici, si è dedicata alla fotografia presso la Bezalel School of Fine Arts di Gerusalemme, prima di seguire un corso post-laurea in Francia presso Le Fresnoy, lo studio nazionale per le arti contemporanee.
Attraverso una pratica che spazia dalla fotografia al video e, più recentemente, all’installazione e alle performance partecipative, Tami Notsani sviluppa una riflessione sull’identità, l’intimità, la memoria, la trasformazione e la trasmissione.
Nelle sue immagini, la piccola storia illumina la grande storia. Un dettaglio che a prima vista sembra insignificante diventa estremamente significativo, raccontando le cicatrici e gli strati di storia che si sono depositati sui territori in cui l’artista ha vissuto e continua a vivere.
Chi è Tami Notsani.
Sono un insieme di culture. Mia madre è polacca e mio padre ha origini tedesche, sono nata in Israele ed ho vissuto in Brasile e Nepal. La mia quotidianità in Francia, i posti dove ho vissuto, le origini della mia famiglia, sono delle tracce che vivono in me. Il mediterraneo è parte della mia vita. Sono una persona diretta ma molto sensibile, la famiglia e le relazioni con le persone sono molto importanti per me. La luce è una parte fondamentale del mio lavoro.
Cos’è la fotografia per te, quali passaggio sono stati determinanti per il tuo lavoro e che evoluzioni intravedi per la tua fotografia?
Per me la fotografia è memoria, trasmissione e trasformazione. Un modo per fermare il tempo che lascia traccia del suo passaggio sui corpi delle persone, sui paesaggi e le cose.
La fotografia analogica oggi ci re-insegna la bellezza della lentezza e la pienezza della vita che possiamo avvertire guardando una immagine.
La prima fotografa che ho apprezzato è stata mia madre. Amava scattare fotografie e vedere su grande scala cosa era riuscita a cogliere. Un giorno, quando vivevamo in Brasile, qualcuno è entrato nella macchina di famiglia e ha rubato la sua macchina fotografica, ricordo di aver vissuto l’evento come una intrusione nel nostro universo intimo e fragile, forse è anche per questo che ho iniziato a fare fotografia e scegliere come soggetto la mia famiglia.
Mi piacerebbe che il mio lavoro possa arrivare a più persone e quindi non restare soltanto nel milieu artistico ma uscire fuori e toccare altri contesti e universi. Ma se fossi invitata alla Biennale di Venezia non direi di no, ahah!
Cultura, memoria, contemporaneità sono fondanti per te. Come interagire nel tuo lavoro?
Con la fotografia cerco di costruire un legame universale che unisce generazioni, culture e identità. Per esempio le mie opere partecipative hanno un comune denominatore: l’elemento umano dell’affabilità.
In che modo l’impatto delle tue immagini su chi le guarda è determinante?
Molto del mio lavoro sono opere partecipative, a volte creo anche con altre persone le mie opere e quindi l’aspetto umano e la domanda cos’è un’opera è già alla base del mio lavoro.
Quali mostre sono in corso e quali saranno le prossime? Su cosa lavori in questo momento?
Continuo a lavorare sulle questioni della trasmissione che l’atto di fotografare porta con sé.
In corso a Parigi in due spazi, ho due mostre collettive “Lost” e “L’art comme acte de résistance selon Gilles Deleuze”. La prossima mostra sarà una personale, Affaires personnelles che inaugurerà a settembre al centro d’arte galerie Fernand Léger a Ivry-sur-Seine, un progetto sviluppato durante la mia residenza all’archivio fotografico del Forte d’ Ivry, sulle fotografie di donne che hanno fatto parte dell’esercito francese ed un andare e tornare sul mio lavoro e la mia esperienza di donna nella marina militare israeliana.
Traduzione a cura di Giada Di Salvo

