Voce di moltitudini. fino al 25 ottobre 2024. RSA Vittoria – Korian, Brescia – Italia.

In un crocevia di narrazioni e testimonianze da luoghi del mondo in cui discriminazione e violenza di genere sono drammaticamente attuali, le opere di Zehra Doğan, Shadi Ghadirian, Terence Koh, Iva Lulashi e Zanele Muholi dialogano con gli spazi della RSA, grazie all’organizzazione della Fondazione Giuseppe Iannaccone, offrendo un contesto libero in cui le espressioni possano trascendere ogni barriera culturale, economica e geografica, consentendo a tutti gli oppressi di emergere con forza e dignità. Il titolo Voce di moltitudini rimanda alla capacità degli artisti di dare voce a messaggi universali e, in questo caso, a tutte quelle donne che nella quotidianità affrontano situazioni difficili e sono prive dei mezzi necessari per agire nel tessuto sociale. Voce di moltitudini vuole superare i confini della semplice esposizione, diventando un riconoscimento e un invito alla riflessione, opponendosi a una realtà, spesso invisibile, di discriminazione e negazione dei diritti elementari.

Zehra Doğan, nata nel 1989 a Nusaybin, vicino al confine con il Kurdistan siriano, è un’artista, giornalista e attivista curda riconosciuta per il suo impegno contro le ingiustizie subite dal suo popolo. La sua opposizione al regime di Erdoğan l’ha resa oggetto di persecuzioni dovute alle sue denunce sulle atrocità contro i curdi. Fin da giovane, Dogan ha mostrato un forte impegno civile fondando Jinha, la prima agenzia di stampa femminile in Turchia, e lavorando come reporter nelle aree di confine tra il Kurdistan siriano e l’Iraq. Durante questo periodo, ha documentato le dinamiche dell’Amministrazione Autonoma della Siria del Nord Est (AANES), o Rojava, un’entità che promuove il confederalismo democratico con una forte enfasi sulla parità di genere. Tra il 2015 e il 2019, ha seguito da vicino le operazioni militari dei curdi siriani contro Daesh (ISIS), sostenendo che il gruppo fosse appoggiato da Erdoğan, che vedeva nel confederalismo democratico una minaccia. La sua copertura dei conflitti tra le forze turche e il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) le è costata la condanna a più di tre anni di prigione per “propaganda terroristica”. In carcere, ha continuato a creare arte utilizzando materiali improvvisati come capelli, sangue mestruale, caffè, tè e resti di cibo. La vita di Dogan è stata segnata da una lotta continua per la libertà e l’emancipazione dai rigidi schemi patriarcali, tanto nelle società islamiche quanto in quelle occidentali. La sua arte e il suo attivismo riflettono l’aspirazione alla libertà di un popolo e l’importanza della rivoluzione nel Rojava, sottolineando la sua rilevanza non solo nella lotta contro l’ISIS ma anche come modello alternativo alle strutture democratiche liberali tradizionali.

Shadi Ghadirian, nata a Teheran nel 1974, è una fotografa che vive e lavora nella capitale iraniana. Cresciuta in un’epoca di promesse post-rivoluzionarie sotto la presidenza di Khātami, che mirava a migliorare la condizione femminile e rispondere alle aspettative delle nuove generazioni, Ghadirian ha trovato nella fotografia il mezzo per esprimere i propri disagi e sentimenti. Attraverso le sue opere, spesso impregnate di ironia, esplora il complesso rapporto tra modernizzazione e tradizione, mostrando come queste dinamiche influenzino l’identità femminile in Iran. Le sue immagini sono una riflessione critica sull’individualità femminile in una società che ancora mostra evidenti segni di arretratezza sociale, nonostante le ambizioni di affermazione globale. In una delle sue serie più note, “Like Everyday”, Ghadirian utilizza oggetti domestici quotidiani, come ferri da stiro e padelle, per coprire i volti delle donne velate, trasformando questi utensili in maschere che commentano sarcasticamente la riduzione delle donne a mere figure domestiche. Questa scelta simbolica evidenzia le contraddizioni di una società che adotta la tecnologia moderna senza una corrispondente evoluzione dei valori sociali. Le sue fotografie non solo ritraggono donne metaforicamente e letteralmente nascoste dietro le apparenze, ma anche spaventate dall’essere cancellate o offuscate con un semplice click. Attraverso l’umorismo e l’uso di oggetti comuni, Ghadirian crea narrazioni visive che mettono in discussione i ruoli tradizionali e misogini imposti alle donne. Questo approccio le permette di dipingere un ritratto olistico e positivo dell’identità femminile, sfidando sia i preconcetti locali che quelli internazionali sul ruolo delle donne in uno stato islamico. Con il suo lavoro, Shadi Ghadirian si afferma come voce critica all’interno della società iraniana, rappresentando le tensioni tra il desiderio di modernizzazione e la realtà di una cultura ancora profondamente radicata in antichi codici come la legge della Sharia. Le sue opere offrono una riflessione essenziale sulle disparità di genere, mostrando come l’arte possa essere uno strumento di consapevolezza e cambiamento.

Terence Koh, nato a Pechino nel 1977 e cresciuto a Mississauga, Canada, è un artista poliedrico che vive attualmente in California. Dopo aver studiato all’Emily Carr Institute of Art and Design di Vancouver e all’Università di Waterloo in Ontario, Koh ha iniziato a farsi notare nel mondo dell’arte come “asianpunkboy” prima di emergere con il suo vero nome. La sua carriera ha preso slancio nel 2004, anno in cui partecipò alla Biennale del Whitney Museum, e da allora ha continuato a influenzare la scena artistica con il suo stile unico. Koh è noto per le sue installazioni monocromatiche e le performance che spesso toccano temi come la mitologia, la religione, l’identità, il potere, la moda e la sessualità, esplorati in maniera provocatoria e aperta a molteplici interpretazioni simboliche. La sua arte combina memoria e immaginazione, storia dell’arte e sottocultura, creando universi visivi che catturano e sfidano l’osservatore portandolo in un subconscio collettivo in continua evoluzione. Il suo lavoro è stato riconosciuto e celebrato su scala internazionale, trovando spazio nelle collezioni di istituzioni prestigiose come il Whitney Museum of American Art di New York, la Tate Gallery di Londra e il Museum of Contemporary Art di Los Angeles. La sua carriera è segnata da riconoscimenti significativi, inclusa la selezione per i premi SOBEY e l’inclusione nella lista delle “100 persone dell’anno” della rivista Out nel 2008. Terence Koh continua a essere una voce influente e innovativa nel panorama artistico contemporaneo.

Iva Lulashi, nata a Tirana nel 1988 e ora residente a Milano, ha compiuto i suoi studi presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia, diplomandosi nel 2016. Le sue creazioni artistiche sono ora esposte a livello internazionale, inclusa la sua rappresentanza per l’Albania alla 60ª Biennale di Venezia. Attraverso il suo lavoro, Lulashi esplora il potere, la sessualità, e il ruolo delle donne, spesso mettendo in discussione i paradigmi tradizionali con un approccio che coniuga erotismo e critica sociale. L’artista si avvale della pittura per discutere temi di identità e memoria collettiva, offrendo una riflessione sulla transizione tra il passato comunista del suo paese e la realtà contemporanea. Il passato di Lulashi e la sua transizione dall’Albania all’Italia hanno profondamente influenzato la sua produzione, fornendole una prospettiva unica sulla fusione delle culture e sulla lotta per l’affermazione in una nuova società. Ha saputo integrare le tensioni tra i diversi sistemi di valore in un dialogo artistico che riflette sulle dinamiche di genere e sui modelli culturali di potere. Le sue opere divengono spesso anche un commento sul capitalismo erotico e su come i corpi vengano commercializzati e manipolati. Esplora come le relazioni di genere e il potere siano rappresentati e perpetuati attraverso l’arte e la cultura popolare, mettendo in luce le sfide e le possibilità di resistenza e cambiamento. La sua capacità di mescolare analisi sociale acuta con un’espressione artistica vibrante e provocatoria le ha permesso di distinguersi nel panorama artistico contemporaneo. Nonostante la sua carriera sia ancora all’inizio, Lulashi ha già dimostrato una profonda consapevolezza delle connessioni transnazionali e delle potenzialità del suo linguaggio artistico di risuonare oltre i confini geografici e culturali. La sua opera continua a evolvere, portando avanti il dialogo tra il passato albanese e le realtà globali contemporanee, sempre con uno sguardo critico e innovativo sulle strutture di potere e sulle rappresentazioni di genere.

Zanele Muholi, natƏ nel 1972 a Umlazi, Durban, è una figura centrale della comunità LGBTQI+ di Johannesburg, in Sudafrica. L’artista, testimone degli anni dell’Apartheid, utilizza la fotografia per esplorare e documentare le realtà della comunità nera queer e transgender. Il suo lavoro, caratterizzato da un’intensa carica emotiva e politica, si impegna a riscrivere una storia visiva del Sudafrica che includa le voci marginalizzate dalla storia ufficiale. Muholi si è distintƏ in particolare con il progetto Faces and Phases iniziato nel 2006, attraverso il quale ha ritratto membri della comunità LGBTQI+ sudafricana, e con la serie Somnyama Ngonyama (Hail the Dark Lioness), dove esplora la propria identità attraverso autoritratti intensi e provocatori. In Somnyama Ngonyama, Muholi non solo si mette in scena, ma assume vari personaggi e archetipi per indagare questioni di razza, genere e storia, esagerando deliberatamente l’oscurità della sua pelle per sfidare e sovvertire le rappresentazioni dominanti delle donne nere nei media. Ogni immagine che crea è carica di simbolismo, spesso utilizzando oggetti quotidiani in contesti che evocano dialoghi potenti sul corpo, la memoria e la resistenza. Muholi si descrive come attivista visivƏ, impegnatƏ a combattere contro la discriminazione e a promuovere il rispetto e la dignità per tutti gli esseri umani, indipendentemente dalla loro identità di genere o sessuale. L’arte di Muholi non è solo una forma di espressione personale, ma anche un atto di attivismo, un modo per affrontare e sfidare le barriere sociali e culturali, e per stimolare un ripensamento critico della storia e della società. Con le sue opere, Muholi ha guadagnato riconoscimenti internazionali, esponendo in numerose gallerie e musei in tutto il mondo, e contribuendo significativamente a una narrazione più inclusiva e rappresentativa della storia sudafricana. Attraverso la sua fotografia, Muholi non solo documenta la vita e le sfide della comunità LGBTQI+ ma celebra anche la loro bellezza, la forza e la resistenza in un contesto spesso ostile. La sua missione è quella di illuminare e ispirare, facendo della fotografia una piattaforma per l’attivismo e la trasformazione sociale.