Intervista a cura di Patrizia Varone
Walter Guadagnini insegna Storia della fotografia all’Accademia di Belle Arti di Bologna ed è il responsabile della sezione fotografia de Il Giornale dell’Arte. Curerà la mostra Essere Umane, un percorso di 314 immagini di grandi fotografe che raccontano il mondo, in programma a Forlì da settembre 2021.
PV. Il suo impegno per la diffusione e la conoscenza della cultura dell’immagine è evidente: docente all’Accademia di Belle Arti di Bologna, ha scritto svariati testi sulla storia della fotografia, dirige Camera, Centro Italiano per la Fotografia, codirettore di Fotografia Europea di Reggio Emilia. Quando e dove nasce il suo interesse, o passione, per la fotografia.
WG. Nasce a Modena, in Galleria Civica, alla fine degli anni Ottanta, soprattutto grazie a Oscar Goldoni, che era l’anima di quell’istituzione, nonché un grandissimo appassionato ed esperto di fotografia. Era stato grazie alla sua attività che già negli anni Settanta la Galleria Civica aveva realizzato una serie di mostre fotografiche oggi divenute storiche, intorno a quella Galleria ruotavano figure come quelle di Ghirri, Vaccari, Fontana. L’altra figura essenziale è stata Flaminio Gualdoni, che da direttore della Galleria Civica mi ha dato fiducia e mi ha fatto curare una mostra importante come “Fotografi ed eventi artistici dal ’60 all’80” nell’ormai lontano 1988, intuendo che la fotografia sarebbe stato un linguaggio importante negli anni a venire. Da lì non mi sono più fermato…
PV. La fotografia interseca l’arte, la cultura, anzi meglio declinate al plurale, le arti e le culture. Quali interazioni riconosce e che genere di elaborazioni sono in corso grazie all’intersezione dei linguaggi espressivi?
WG. Sì, la fotografia incrocia tutti i linguaggi, e questo è l’aspetto che la rende un linguaggio così affascinante. Quando parli di fotografia non parli mai solo di fotografia, parli sempre di fotografia in connessione a qualche altro campo del sapere, o della società: la fotografia incrocia le arti figurative, ma anche la scienza, incrocia la storia e il costume, la tecnologia, insomma non c’è ambito dello scibile e dell’esperienza umana che non possa trovare un punto di contatto con la fotografia. Fai una mostra di Lisette Model, e finisci per parlare di jazz; fai una mostra di Alex Majoli, e finisci per parlare di teatro, componi una mostra collettiva sulla staged photography e ti ritrovi a parlare dei concetti di verità e di menzogna, il tutto a partire da delle immagini, è davvero molto divertente, non ci si annoia mai.
PV. Quali prevede o intuisce possano essere le evoluzioni dell’uso della fotografia?
WG. Ho una capacità rara di sbagliare le previsioni, quindi è meglio che mi limiti al presente. Mi pare evidente che ormai la fotografia sia diventata uno dei linguaggi predominanti della quotidianità a tutti i livelli: da quando non occorre avere con sé una macchina specifica per scattare fotografie ed è possibile condividerle in tempo reale l’utilizzo delle immagini è cambiato radicalmente. Però continuo a pensare che sia legittimo e opportuno distinguere tra chi fa le foto per ricordo e chi le fa con altre intenzioni, non mi piace la svalutazione della specificità delle competenze in ogni ambito, nemmeno in quello fotografico. E peraltro mi pare di notare che comunque questa possibilità di fotografare sempre stia stimolando un certo interesse nei confronti della fotografia realizzata attraverso una coscienza del mezzo, e anche una conoscenza del suo utilizzo: non so se stiamo andando verso quell’alfabetizzazione all’immagine che Moholy-Nagy considerava come fondamentale già un secolo fa, però, chissà, forse … Se invece vogliamo parlare dei rischi che vedo nel panorama odierno, mi pare di vederli concentrati nell’ennesimo scimmiottamento delle arti cosiddette maggiori: vedo tanti bravi giovani fotografi che giocano a fare gli artisti (naturalmente concettuali, ermetici e dalla produzione più che rarefatta), speranzosi di avere un posto alla tavola dell’arte contemporanea, senza accorgersi peraltro che lì stanno già sparecchiando ….
PV. Molteplici impegni, differenti pubblici, differenti relazioni con le immagini. Come si pone, ricoprendo ruoli sempre diversi, verso i suoi interlocutori e quanto nel curare le esposizioni tiene presente i vari pubblici.
WG. E’ una mia ossessione, come sa chi lavora con me. Sono dei principi molto semplici, ma essenziali: se qualcuno spende del tempo e del denaro per vedere qualcosa che io gli propongo, il mio dovere è di mettere questa persona nelle migliori condizioni possibili per fruirne. Non si può pretendere che sia solo il pubblico a fare lo sforzo di avvicinarsi a te, lo sforzo deve essere reciproco. Il pubblico non è un’entità astratta, e il committente è il primo spettatore, bisogna capire che risultato vuole ottenere con quella mostra, e agire di conseguenza. Se mi chiedono una mostra che abbia un grande successo di pubblico e io propongo un giovane artista sconosciuto o conosciuto a cinque persone dell’ambiente, il progetto è destinato ad essere un fallimento, ma la colpa non è dell’artista né del pubblico né del committente, è di chi ha proposto quel nome a quel pubblico e a quel committente. Se invece mi si chiede una mostra che deve essere vista e apprezzata anche solo da poche persone, ma che siano quelle ‘giuste’ per diverse ragioni (è ciò che tendenzialmente accade nel mondo dell’arte contemporanea), se io propongo Frida Kahlo sarò nuovamente destinato al fallimento, per ragioni uguali e contrarie. Poi, dipende dalle circostanze: per stare ai due esempi che ha fatto lei, elaborare il programma di un’istituzione come CAMERA è diverso dall’elaborare il programma di un festival: nel primo caso bisogna puntare a conquistare un pubblico che ti segua con continuità, nel secondo è fondamentale trovare la chiave in quel preciso momento, anche in questo caso i pubblici non sono necessariamente gli stessi, e non necessariamente hanno le stesse esigenze. Ma in ogni caso, quello che non deve mancare mai è il rispetto per il pubblico, siano centomila o cento spettatori non importa. Personalmente, amo di più la sfida di realizzare mostre che sappiano parlare al grande pubblico senza essere scontate e cercando di fornire chiavi di lettura nuove anche a temi che paiono ormai esauriti, mi sembra più stimolante che parlare a un pubblico di cui conosci già le reazioni e che a te chiede solo la conferma di quello che già sa.

